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LE MIE COMUNITÀ

“Da dove arrivo
e dove sto andando.” 

AUTORE: Nasci Germoglio

ARGOMENTO: Comunità

TEMPO DI LETTURA: 20 minuti

DATA: 16 settembre 2024

RIASSUNTO: Il mio sogno era vivere in una comunità intenzionale ecologica, oggi ho capito che vivo già in tante comunità diverse. La prima per me è stata quella del quartiere in cui sono cresciuto, poi c’è quella che chiamo degli schermi luminosi, una comunità di cui non mi sentivo parte ma a cui voglio sentirmi sempre più connesso e che mi può sostenere a realizzare pienamente le altre comunità che voglio iniziare a costruire.

Fino ad oggi il mio sogno più grande era quello di vivere in una comunità.

Immaginavo una grande casa insieme a un gruppo di persone lontano dalla città, sperimentando scelte di vita più in linea con i miei valori. Sta mattina mi sono svegliato e ho capito che voglio sognare ancora più in grande, in futuro vivere in tante comunità diverse allo stesso tempo.

Sono nato e cresciuto a Milano, fortunatamente nella periferia.
Un contesto piuttosto atipico per essere dentro i confini metropolitani, costruito come un unico grande quartiere residenziale intorno agli anni 60′ dello scorso secolo. Lì dove un tempo c’era la Caproni, il primo aeroporto d’Italia.

In quartiere si possono trovare tutti i servizi essenziali alla vita, scuole, negozi, spazi culturali.
A collegare questi punti caldi, giardini e vialetti pedonali. Più importante di tutti gli altri servizi però è sempre stato per me l’oratorio, con la sua chiesa a forma di nave ribaltata, centro di aggregazione spirituale e laica di grande successo. Generazioni di amici sono nati in questo posto, amori e separazioni, contaminazioni tra borghesia e classe operaia, ogni tanto anche qualche rissa.

Ecco la mia prima comunità, quella che mi ha ispirato a intraprendere da grande una ricerca di vita alternativa e meno individuale e consumistica fuori dai confini della grande città.

Oggi sono a Casa Germogli, una giovane comunità intezionale sul fondo di una vallata vicino a Cuneo. È nata a settembre 2023 dopo anni di ricerca individuale e di coppia. Io e Aga abbiamo girato nord e centro Italia facendo scambio-lavoro in altre comunità e aziende agricole prima di iniziare questo progetto insieme. Dopo aver conosciuto il Wwoof (world wide opportunities on organic farm) e gli ecovillaggi non siamo più tornati indietro. Abbiamo trovato il nostro ideale; la possibilità di creare interamente la nostra vita con le nostre mani, essere creativi non solo entro i confini di un lavoro, una disciplina, un sistema sociale predefinito ma reinventarci da capo a piedi.

In città ci sentivamo insoddisfatti, sentivamo di non appartenere a nessun gruppo in particolare, sempre attratti da orizzonti più ampi, quelli delle colline e delle montagne. Nonostante la certezza della direzione non è stato facile lasciarsi alle spalle i profili audaci dei grattacieli e l’interminabile periferia che si estende a puzzle nelle campagne, soprattutto quando questa avventura hai deciso di iniziarla a piedi, con lo zaino sulle spalle.

Dopo un anno di vita in comunità ancora ci sono malinconie che faccio fatica a trasformare e spesso mi tornano i dubbi e le domande. A volte sento il desiderio di stare da solo, che non significa avere una stanza mia, ma proprio solo, solo, come stavo in città. Anche lì però, per quanto sentissi solitudine, in realtà non potevo dire di essere solo, solo, era sempre pieno di sguardi intorno pronti a rispecchiarmi. Così anche in comunità, mi trovo a vivere un altro tipo di solitudine e di fatica.

Quando facciamo i cerchi emotivi e ci chiediamo come stiamo, sempre più spesso rispondo che sono confuso, che sto pensando di ricominciare da zero un’altra volta. Qui è molto bello, abbiamo tutto quello che ci serve, una grande cascina con quattro appartamenti, un terreno agricolo, un bosco dove fare legna, ma si sa che i milanesi non si accontentano mai. Continuo a sognare un vero eco-villaggio, ampio e complesso che possa proporre una vera alternativa sociale sostenibile, con tanto di scuole e di servizi essenziali. Qui di spazio non ce n’è tanto, non ci sono altri terreni e case da recuperare.

Quando giravamo le altre comunità ci è stato insegnato come scrivere un progetto e la prima cosa da sapere è che ognuno deve iniziare dal suo. Una volta che hai tirato fuori i tuoi valori e la visione del mondo più grande in cui vorresti vivere bisogna scrivere la missione.

La missione è il progetto in se, il tipo di comunità, di lavoro, di vita che si vuole costruire per contribuire alla nostra visione del mondo. Quando ho fatto questo processo di scrittura la prima volta eravamo in tredici persone seduti in cerchio nel mio appartamento a Milano. Io facilitavo il gruppo, Aga portava i contenuti e gli esercizi generativi. Li rileggo su un foglio che ritrovo oggi nel cassetto accanto al letto. Avevo scritto: “voglio vivere in un mondo di comunità umane autonome che collaborano per preservare la biodiversità naturale e culturale.

Questa è ancora oggi la visione, per quanto l’abbia riscritta poi in altre forme. È qualcosa su cui si trovano abbastanza d’accordo quasi tutte le persone che transitano in questa casa. La missione è il vero dilemma, avevo scritto:“Una comunità intenzionale ecologica diffusa, spazi di formazione intenzionale partecipati, case di accoglienza per persone in cammino interiore ed esteriore, terre dove coltivare e diffondere biodiversità. Luoghi in cui rigenerarsi e sperimentare un tipo di vita più essenziale, in cui riscoprire la manualità e l’artigianato, la creatività e il movimento come strumenti di crescita personale.”

Oggi questo progetto ha iniziato a realizzarsi grazie ai Germogli. Eppure c’è qualcosa di molto importante che manca ancora; l’esistenza di un gruppo stabile e coeso. Perché al momento siamo quattro a convivere, ma essere davvero gruppo, condividere il sogno più grande e sudare e sostenersi per realizzarlo è un altra cosa. L’ideale può essere anche condiviso ma non è facile trovare persone affini impegnati a realizzarlo nella pratica. Quindi la prima parola, la più importante, ancora non si è realizzata; comunità intenzionale significa prima di tutto un gruppo di individui che si sono scelti e camminano per mano verso degli intenti condivisi.

Quello che si è concretizzato fin ora è piuttosto questo: “Uno spazio di formazione intenzionale partecipato, una casa di accoglienza per persone in cammino interiore ed esteriore, una terra dove coltivare e diffondere biodiversità. Uno spazio dove rigenerarsi e sperimentare un tipo di vita più essenziale, in cui riscoprire la manualità e l’artigianato, la creatività e il movimento come fonti di crescita personale.” Niente male, ma…

Nel corso di questo anno ho scoperto che un progetto come questo lo si può fare anche da soli e che la visione del mondo che vorrei la posso sostenere in tanti modi diversi.

Se manca il gruppo però sento che manca il cuore, la parte più importante e ogni passo diventa ogni giorno più faticoso. Non mi sento di appartenere più a Milano e forse neanche a questa valle e ai Germogli. E allora dov’è la mia comunità, come faccio a trovarla? In questo vasto mondo sovrastimolante e caotico navigo con il corpo e con la mente ma mi sento naufragare.

Nasci, dice una voce. In comunità non c’è nessuno, è la voce nella mia testa che mi risveglia dal sonno delle divagazioni interiori e mi riporta al presente. Sono in cucina e sto tagliando una zucca raccolta nell’orto. Sfiletto la buccia marrone lasciando apparire l’arancione nitido e brillante.

Wow, ho deciso di cucinare anche se sono da solo, penso. Non capita quasi mai, di solito crakers, insalata, pomodori crudi e semplici, che dopo tre giorni mi viene la nausea. Non mi prendo mai cura di me nell’alimentazione. Se c’è qualcosa a cui rinuncio subito è quello.

Oggi invece… riprendo a tagliare a cubetti la polpa arancione e mentre lo sto facendo guardo il cellulare appoggiato sul tavolo. Penso alla community dei Germogli, quella che abbiamo aperto pochi mesi fa su whatsapp, in cui ho creato sottogruppi tematici per raccontare gli eventi, l’orto, le autoproduzioni, le letture consigliate. Penso che non sto condividendo quasi mai niente, che ho già troppi messaggi a cui rispondere, troppe locandine da inviare, troppe email ancora da leggere.

Ecco un’altra comunità che non c’è, mi dico, un altro spazio di silenzio e di solitudine. Forse dovremmo chiuderla, o forse dovrei riprovare. Potrei condividere con loro anche questo mio traguardo, la zucca che sto cucinando, è un momento storico!

Così faccio una foto abbastanza svogliata, ma non la invio. Dovrei prima mettermi a pensare qualcosa da scrivere, e qui solitamente gli intenti sfumano.

Mentre l’ortaggio inizia a sobbollire e decomporsi nella padella, un’idea matura; Potrei postare una foto ogni volta che mi cucino qualcosa. Anche a questo potrebbe servire la nostra community, sostenere e testimoniare la ricerca e i progressi dei Germogli ma anche quelli personali, miei e di ognuno. Dovrebbe essere un luogo in cui condividiamo per sentirci meno soli, o girata al positivo, per sentirci più connessi. Infondo è questo il senso dei social.

Non sono mai riuscito a viverli bene, mi sono sempre sembrati un modo sadico per compensare alle nostre mancanze di compagnia e vicinanza. Oggi però, oltre a stupirmi di essere da solo ai fornelli, potrei trovarmi a rivalutare i miei giudizi verso questa grande rete che cerca di connetterci tutti. Ecco la mia terza comunità, che ho tanto rifuggito, l’umanità occidentale con i suoi schermi luminosi. Forse al di là di questi esistono persone come me che vogliono davvero condividere le loro solitudini e i loro successi, che ancora non conosco a cui posso sentirmi di appartenere e che un giorno forse incontrerò dal vivo, lungo il sentiero impervio verso i miei sogni.

Forse posso iniziare fin da subito a sentirmi meno solo, parte di un gruppo instabile ma interconnesso. Forse le comunità di cui faccio parte sono molte più di quelle che riesco a riconoscere oggi e il vero sogno e viverle tutte pienamente, ognuna può darci qualcosa.
Scrivo un messaggio e lo invio all’universo.

Voglio vivere in un mondo di comunità intenzionali; la prima è la mia comunità interna, fatta di pensieri e contraddizioni, che voglio imparare a gestire e a nutrire con cura, la seconda è una famiglia allargata che coltiva spazi di crescita soprattutto interiore, la terza una comunità più ampia, un villaggio ecologico autonomo ma interconnesso, la quarta è la comunità degli schermi luminosi, dentro la quale naufragano solitudini di uomini e donne in cerca di nuovi orizzonti, con cui mi sento connesso profondamente e tra le quali posso trovare compagni di viaggio con cui camminare per mano verso la realizzazione di altri spazi di crescita in cui far germogliare la creatività più assoluta e manifestare le biodiversità della vita.

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16 Settembre 2024

Buddha